In sanscrito, Bībhatsa Rasa viene tradotto letteralmente come disgusto, repulsione.
Nel contesto dello yoga, però, possiamo intenderlo come il rasa del discernimento, della purificazione e di un non-attaccamento lucido. Il discernimento come atto di presenza.
Durante il mese a lui dedicato lo abbiamo esplorato come un processo graduale di spoliazione, un togliere piuttosto che un aggiungere, per accedere a una percezione più essenziale e vera.
È stato importante chiarire cosa Bībhatsa non è: non è repulsione emotiva, non è giudizio, non è rifiuto del mondo o del corpo. Ma è piuttosto la capacità di vedere chiaramente ciò che è ridondante, illusorio o non nutriente, e lasciarlo andare senza violenza.
Si potrebbe definire come l’intelligenza che separa l’essenziale dal superfluo.
Nel Nāṭya Śāstra, Bībhatsa non è indicato come un’emozione superficiale, ma come una risposta profonda dell’essere quando riconosce ciò che non è essenziale.
Non si tratta di rifiutare l’esperienza, ma di sviluppare lucidità e chiarezza.
Nel linguaggio dello yoga, questo processo è strettamente legato a Viveka, il discernimento.
Viveka non è giudizio né analisi mentale: non consiste nello scegliere tra giusto e sbagliato, ma nel riconoscere ciò che è reale rispetto a ciò che è transitorio.
È la capacità di vedere ciò che è, senza confonderlo con ciò che temiamo, desideriamo o immaginiamo. Il disagio, l’insofferenza o il rifiuto diventano allora segnali, non problemi: indicano la necessità di maggiore presenza e luce.
Nello yoga parliamo di luce interiore: non una luce che elimina l’ombra, ma una luce che permette di vedere anche ciò che prima era difficile da guardare.
Coltivare viveka significa restare nell’esperienza, non identificarci con ciò che emerge, lasciare che la chiarezza si riveli senza forzarla. Quando il discernimento diventa stabile, le emozioni continuano a sorgere, ma non si trasformano più in nodi.
In Āyurveda, il termine bībhatsa non compare come categoria estetica, ma l’esperienza del disgusto e dell’avversione è riconosciuta come un segnale fondamentale di equilibrio o squilibrio.
Corpo e mente possiedono un’intelligenza innata che riconosce ciò che è nutriente e ciò che non lo è. Quando questa intelligenza è attiva, l’avversione non è un errore: diventa protezione, discernimento, capacità di dire no.
Allo stesso tempo, l’Ayurveda ci insegna che non tutto ciò che rifiutiamo va eliminato.
Alcune esperienze chiedono di essere osservate, comprese, trasformate. È qui che si ritrova l’importanza di Agni, il fuoco digestivo, fisico e mentale: la capacità di assimilare ciò che nutre e di lasciar andare ciò che non serve.
Il corpo, spesso, sa prima della mente.
Il discernimento nasce quando impariamo ad ascoltarlo.
A mio personale parere, il cuore del lavoro su Bībhatsa è coltivare la capacità di restare.
Restare davanti a ciò che respinge, senza reagire. Restare presenti senza fuggire, senza indurirsi.
Restare non è passività, ma un atto profondo di intelligenza e di cura, è da questo spazio che la visione si chiarisce e il superfluo può cadere.
Se desideri approfondire questo percorso, puoi richiedere le registrazioni del mese dedicato a Bībhatsa Rasa.
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