Fermarsi è una tappa fondamentale in qualsiasi percorso, nello yoga segna il momento iniziale, la base della pratica.
Siamo immersi in un mondo in cui il movimento si trasforma in una corsa incessante, l’agire è prioritario al punto da spingerci all’azione, continua, costante. O meglio, volubile, nel senso che sono previste accelerate, impennate, picchi e quasi mai rallentamenti o pause, tanto meno arresti.
Fermarsi. Diventa un atteggiamento scomodo, sconveniente, fuori da ogni clichè del nostro tempo. Diventa motivo di giustificazione, imbarazzo, una condizione strana anche a noi stessi. Difficile accettarlo. Difficile crederlo necessario. Difficilissimo concederselo.
In questo periodo prezioso di forzata immobilità, me lo sono concessa, il fermarsi. Staccare la spina del frullatore di azioni continue che ci tengono in balia della nostra energia cinetica apparentemente infinita. Darsi tempo, non è impossibile, e porta a diverse domande, come:
“quanto troppo chiediamo a noi stessi? Quanto troppo poco ci concediamo pause?”
Questo, per me, è stato un fermarsi sano, di riappropriazione di spazio e di tempo. Il corpo parla e dà segnali che abbiamo il dovere di cogliere, e così è stato. Un fermarsi per ritrovarsi. Lo possiamo fare sempre, non lo facciamo mai. Non necessariamente per un periodo lungo, basterebbero anche piccole pause durante la giornata.
Ma anche senza dover per forza aspettare la necessità di un reset, possiamo concederci il fermarsi. Ogni volta che vogliamo, per ritornare a noi. Tich Nath Hanh lo spiega benissimo:
“Ci fermiamo semplicemente per esserci, per essere con noi stessi e con il mondo.
La capacità di fermarsi permette di vedere, vedere aiuta a capire. Pace e felicità sono il futuro che ne deriva. Per poter essere veramente con un amico o con un fiore bisogna padroneggiare l’arte di fermarsi.”

Nella sua tradizione c’è un oggetto importante, la campana di consapevolezza, serve per ricordarci di tornare al presente.
Ogni volta che si sente la campana si smette di parlare, si smette di pensare e ci si raccoglie. Per un attimo si sospende qualunque attività e non si fa altro che gioire del proprio respiro.
“Quando si sente la campana è il momento di fermarsi, gustare il nostro respiro, entrare in rapporto con le meraviglie della vita che ci circondano.”
Durante i ritiri con Tich Nath Hanh, a cui ho avuto la fortuna di partecipare, la campana di consapevolezza scandiva il tempo molte volte al giorno, nei momenti più vari. Prima, durante e alla fine della pratica, ma anche durante il pasto, nei momenti liberi: battute d’arresto consapevoli.
Ritornare a se stessi, senza preavviso, senza preparazione mentale. Solo esserci, essere lì con noi, in quel momento. Ritrovare le condizioni più propizie per incontrarci nel presente, per incontrare la vita.
Certo, in un ritiro è più “facile”. Battute di arresto come atti di purificazione, momenti di sospensione come semi di consapevolezza da coltivare. Ritornare all’essenza, alla semplicità. Attimi di presenza che si susseguono e ci guidano verso una nuova dinamica e un nuovo modo di stare. Un modo per prendersi cura di sè, per incontrarsi, per conoscersi. Per mettersi alla prova, ecco perché non sempre è facile.
La campana può essere un aiuto ma non è indispensabile per ricordarci di tornare a noi stessi, possiamo scegliere un qualunque suono o anche un non-suono, come segnale di ritorno a noi.
I raggi del sole che filtrano dalla finestra possono essere valide campane che ci ricordano di sorridere, respirare e vivere pienamente il momento presente. Questo insegnava Thay.
Attraverso la pratica, coltiviamo un’attitudine all’ascolto, all’osservazione, alla consapevolezza. Ma il ritorno a noi stessi dovrebbe avvenire in ogni momento, coltivando la presenza mentale in ogni gesto, in ogni fermarsi, nello stare qui ed ora.
Il fermarsi non è poca cosa, richiede forza, determinazione, impegno. Ma anche apertura, accoglienza e gentilezza allo stesso tempo. Un gesto che ci permette di prendere un impegno con noi stessi, un atto d’amore verso la nostra vita. Un regalo prezioso che doniamo a noi e a chi ci sta intorno.
In questo periodo di immobilità forzata ho riflettuto a lungo su questo, ho ripreso in mano libri di Tich Nath Hnah, con note segnate qua è là, sottolineature come sentinelle a cui tornare. Appunti presi durante i suoi discorsi, fogli racchiusi tra le pagine frutto di riflessioni emerse durante le pratiche personali. Mi sono ritrovata a casa, nella semplicità e chiarezza delle sue parole, nell’attualità delle sue riflessioni e nell’attuabilità delle sue pratiche. Un sostegno prezioso in questo mio fermarsi.
Il fermarsi ci consente di scegliere a cosa dare priorità, definire cosa è realmente necessario per noi. Selezionare, tenere, lasciare andare. Fermarsi ci permettere di dare importanza, ad ogni cosa.
Ritornerò presto su questa parola. Per ora mi fermo qui.
Torino, 7 maggio 2025

