Tema esperienziale

Equilibrio

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“L’equilibrio richiede diverse qualità, come forza fisica, padronanza del centro di gravità del corpo, consapevolezza dei punti di appoggio, (appoggio al suolo, appoggio dello sguardo), rilassamento fisico riguardante le parti del corpo non sollecitate dallo sforzo, abbandono, distacco mentale che si traduce in particolare non con un a totale indifferenza per i frutti dell’azione ma presenza e piena potenza del suo spirito non turbato da intenzioni, presenza di spirito il più possibile fine e acuta.”

(da E. Herrigel, “Lo Zen e il tiro con l’arco”)

L’essere in equilibrio, essere in buona salute, ci porta verso il sottrarci dal movimento che ci rende fragili, mantenere una linea, e l’attenzione al non deviare diventa spesso paura del cambiamento e di ciò che esso modifica in un’omeostasi acquisita con pazienza.

Ma l’autentico stato di equilibrio parte da un altro atteggiamento, si radica nel lasciare andare, nell’abbandono delle rigidità, nel passare da uno squilibrio ad una continua ricerca di stabilità, capace di includere le variazioni in una totalità più vasta.

L’equilibrio, mai acquisito, è un gioco permanente tra le polarità, l’arte di situarsi nell’instabilità delle cose, di prendere appoggio su qualcosa senza confondersi con essa, di accettarsi in incessante mutazione per intuire ciò che può esistere di immutabile e di eterno nelle profondità di tutto ciò. Sapersi equilibrare, o riequilibrare sono aspetti fondamentali per far progredire le cose.

Che cos’è l’equilibrio?

  • Lo stato di riposo risultante da forze che si annullano; una posizione stabile
  • Il mantenimento del corpo in posizione stabile
  • Il buon funzionamento dell’attività mentale, ponderazione, calma.

l’equilibrio è uno stato di riposo, di stabilità; riguarda allo stesso tempo il corpo e la mente, risulta da forze che, in un dato momento si neutralizzano.

L’equilibrio porta sottigliezza di osservazione, pazienza, qualità di ascolto, precisione di pensiero, sensibilità.

Anche se nelle posizioni yoga, l’equilibrio ci appare statico, in realtà dovremmo parlare di condotta o dinamica dell’equilibrio, a sottolineare che non è una qualità che una volta acquisita possa essere mantenuta per sempre, ma che attraverso la pratica cosante può portarci a raggiungerla con maggiore facilità, e a lasciarci fluire nel cambiamento.

Il pensiero orientale è più aperto alla nozione di cambiamento, di flusso, di impermanenza ed è molto più sensibile alla complementarità degli opposti e ai loro aspetti contradditori. Questo viene testimoniano dai concetti di Yin e Yang, lo ha e il tha, i guna ecc.., che non sono solo certezze metafisiche ma allo stesso tempo forze operanti su tutti piani del vissuto quotidiano.

Lo yoga si presenta come un camino che unisce le diverse polarità, la terra e il cielo, il maschile e il femminile, il fare e il non fare, la forza materiale e la potenza spirituale, l’energia e la coscienza.

Non solo nei testi di hatha yoga, dove si incentra l’insegnamento su questi aspetti, ma anche in Patanjali possiamo ritrovare riferimenti alle polarità:

1)Agire e non agire (abhyasa-vayragya), tutto il segreto dello yoga autentico risiede in questa dialettica sottile tra l’impegno e il distacco.

Abhyasa, indica il progetto, lo slancio, il movimento. Lo yoga viene visto come un’azione perseverante, intesa e non priva di difficoltà., implica la forza nell’affrontare qualcosa a beneficio di colui che agisce.

Vairagya, rappresenta l’universo delle emozioni, degli attaccamenti, delle passioni, con il suffisso Vi, si indica la negazione, la soppressione, il ritiro di tutto questo.

Attraverso vairagya lo yogin prende una certa distanza nei confronti della propria pratica, si allontana dalle attrazioni, comprese quelle più sottili.

Praticare e meditare (abhyasa/vairagya) vuol dire prendere coscienza della complementarietà dei contrari, imparare a trovare il proprio equilibrio tra loro, a collocarsi nel qui e ora, attore e allo stesso tempo testimone. Pienezza e vuoto allo stesso stato.

2) Fermezza e benessere (sthira/sukham), rappresenta in Patanjali, la polarità allo stato puro.

Sthira, significa, fermo, calmo, solido, ad indicare la stabilità, la solidità, la statica.

Sukha, significa gioia, felicità, indica lo spazio in cui ci si trova bene.

Rif. Gerard Blitz, “asana: essere fermamente collocati in uno spazio felice”

Che si ottiene con il rilassamento dello sforzo e la contemplazione dell’infinito:

Prayatna-shaitilya ananta-samapattybhyam” (P.Y.S. II, 47)

In questo modo si superano le coppie di contrari smettono di opporsi:

Tato dvandvanabhighata” (P.Y.S. II, 48)

Lo yogin esce dalla visione dualistica del mondo che frammenta la realtà, a cominciare dalla propria realtà. Avendo riunificato il proprio mondo interiore, eccolo equilibrato e felice, pronto a condividere il suo equilibrio e la sua felicità al mondo intero.

La nostra pratica si incentrerà sull’esplorare ancora le nostre polarità cercando di fluire tra esse, sperimentando attraverso il corpo, la nostra attitudine al controllo e alla rigidità per mantenere stabilità in contrapposizione con il lasciar andare, l’accogliere, la pazienza, cercheremo di armonizzare i nostri diversi aspetti, per trovare il nostro equilibrio nel qui e ora.

(testo in parte tratto da Francois Roux, Polarità e libertà in “Equilibrio in Piedi”, F.N.E.Y)

Om Shanti Shanti Shanti